
lo conoscevano tutti, tutti, a Bologna, in Italia, in capo al mondo, era invidiato, amato, odiato, una vita strana la sua, eccezionale in sé, incuriosiva, certo, si può capire, io non l’avevo mai incontrato però, visto sì, tutti lo vedevano, chi non lo vedeva?, te lo ritrovavi davanti per forza, giornali, riviste, filmati televisivi, anche se per un casino di tempo aveva smesso di dipingere, ma allora ne avevano parlato ancora di più, lo avevano ingigantito nel mistero che crea il mito, allora sì che vendeva come un pazzo da tutte le parti, Italia, Europa, Stati Uniti, sembrava che senza un Poli non sapessero stare, che per quelli che contano avere un Poli fosse obbligatorio, banda di coglioni, e lui niente, più se ne parlava, più scompariva, uno che fino a quel momento era stato mondano, istrione, puttaniere, cristo santo, uno stronzo come pochi, quella storia con quella troietta sposata, su tutti i giornali, il marito un bufalo, un orco, se te lo prende te l'ammazza con un dito solo, anche lui era bello grosso però, ma no, più che grosso alto, una testa di riccioli bianchi come quei negri degli anni '70, riccioli candidi, bianco fin da giovane, a trent'anni già bianco, ma con la pelle tirata, rosea, da ragazzino pulito, che bastardo, in casa non se ne parlava mai, ogni tanto domandavo ma a rispondermi c'erano solo quegli occhi spenti, schivi, tabù, grande tabù, sapevo che era successo qualcosa proprio quand'ero nato, quell'anno lì, una lite fra famiglie, roba così, ma nessuno diceva cosa, non che me ne importasse molto a dire il vero, una figura mitica, lontana, al massimo poteva incuriosirmi, sì, curiosità, la faccenda dell'arte, quella lì, sì, al massimo quella, cos'era l'arte per me?, niente, un vuoto nella testa, non ho mai avuto niente d'artistico io, a volte ci pensavo all'arte e m'immaginavo una bella donna vestita come al tempo dei romani o dei greci, i ricciolini mori sulla fronte, che suggeriva all'artista, quella era l'arte per me, un'icona, una donna antica che suggeriva all'orecchio, al suo orecchio da elfo, cazzo freni, stronzo?, 'fanculo

...Gaetà ripete le stesse cose per un po' finché la voce non è più percepibile. Ora ha chiuso le labbra, sembra che dorma. Don Aniello lo guarda, si alza, va alla scrivania, si siede pesante sulla sedia imbottita, osserva il foglietto, si mette a pensare. Tutti tacciono immobili. Don Aniello con la sinistra si cinge la fronte, con la destra scrive, incrocia parole, lettere, numeri, compone. Alla fine solleva la grossa testa tinta di nero e dice «Un'Audi grigia, metallizzata, targata BR68 o 86, o forse il 6 sta per Audi A6, chi 'o 'ssape? 'Ncoppa ci stanno nu piccirillo e na' femmena bella assaie. Cazzo, chillo s'era purtat' arrete tutt'a famiglia. Strunz'. Sentite a'mmé. 'Ncopp' e vie chiù importante tra Firenze e Napoli, a ghì e a venì, facimme viaggià sette o otto macchine nuoste. Avvertimmo subito e guagliune e Roma e Firenze. Se fanno 'a spia alla polizia o ai carabinieri so mmuorti. Si s'annasconnene dint' e pariente e truvamme, e nun si salva nisciuno. Addò vanne vanne, primma o poi hann'a venì a galla e noi là stamme. Nun vulesse sta dint'e panne loro». Poi rivolgendosi a Luciano: «Iate tu e n'ate tre. Puortete a Ciro, è nu guaglione ca merita. Te do carta bianca, però ordino, e dico “ordino”, che primm'e dimane non scassino chiù o cazzo 'n coppa a' terra. C'imme capite?»...

...l’ho osservato Niné, sembra proprio lui, Nino, taciturno, chiuso in se stesso, anche se i miei ricordi infantili si disfano come sogni sottili nella penombra del tempo, la ragazza, sempre protettiva, ogni tanto lo lascia andare, e lui non scorrazza libero come fanno i bambini, si scosta soltanto un poco da lei e disegna un cerchio intorno a sé, come per delimitare il suo mondo o per escludere quello dei grandi che non capisce o non approva, dentro quel cerchio è il padrone, l’imperatore, tutto dipende da lui, non piove e non nevica se non lo permette lui, a Nino piaceva rimanere rannicchiato in un angolo, con le spalle addossate al muro, le ginocchia tirate fin sotto il mento, le braccia a cingere le gambe, a stringerle sempre di più, sempre di più, finché i talloni non battevano sul sedere, era capace di rimanere così per ore, con le vene compresse, il sangue che faticava a scorrere, pieno di male, di freddo, un universo concentrato di dolore che lui comandava e che poteva far cessare quando voleva, era l’unico dolore che non temeva, da cui non sarebbe mai stato posseduto, in quel modo sentiva di esserci, sì, sentiva che i frammenti della sua piccola esistenza si ricompattavano, ah Nino!, ogni volta che la realtà dei grandi distruggeva la sua, lui la ricostruiva, simmetrica, perfetta, non solo i talloni che toccavano il sedere dovevano combaciare, ma anche le ginocchia, non una più alta l’altra più bassa, ma due altipiani paralleli, Nino costruiva geometrie esatte, nel suo regno non c’era posto per l’approssimazione, per il disordine, le misure non erano soltanto numeri, corrispondevano ad un senso preciso che la sua mente dettava con acribia, sì, Nino sceglieva gli angoli come un ragno, e come un ragno tesseva la tela dei suoi pensieri, Nino piangeva raramente, lo faceva soltanto quando l’universo degli adulti sfondava le sue difese, allora protestava e il suo lamento poteva divenire lancinante, proseguire per ore e ore fino al parossismo, smetteva soltanto quando quella scheggia estranea veniva espulsa dalla sua mente, no, Nino non era scemo, questo lo credevano i grandi, era un bambino serio che attribuiva un significato profondo a tutte le piccole cose che gli adulti non sanno apprezzare, spesso osservava il suo gracile corpo che avrebbe potuto sbriciolarsi al minimo tocco, ma non allo specchio, si guardava addosso, gli occhi rivolti a se stesso e meravigliati accarezzavano le gambe filiformi, le mani pallide ed effeminate, le braccia sottili, si toccava il viso magro, le occhiaie nere, valutava e confrontava il suo scheletro debole con la mia ossatura possente, ingombrante, ma quello che lo sconcertava di più era paragonare la sua muscolatura, quei miseri filamenti che si muovevano incerti sotto la sua pelle diafana, alla mia, la scoperta lo sorprendeva, lo lasciava a bocca aperta, c’era qualcosa di strano, di anomalo, allora si rannicchiava nel suo angolo e chiamava a raccolta il suo trasparente corpo di medusa fino a che, attraverso il dolore, non lo sentiva di nuovo presente, reale...

...- Sì, giuro, in quel momento le ero grata, anzi, quasi quasi le volevo bene. Siamo rimaste così un paio di minuti, io e la vecchia, timorose di lasciarci e di ritrovarci di nuovo sole. Poi mi faccio coraggio, le carezzo la faccia incartapecorita e me ne ne vado.
- Pioveva a dirotto, schizzo in macchina mezza fradicia e vai col terzo pacchetto di Marlboro. Col cuore a mille apro la busta e inizio a leggere la lettera della figlia alla madre. Tre, quattro, cinque volte. Come una cretina sono rimasta lì, in via Uruguay, in mezzo al temporale, a piangere per ore. A un certo punto non distinguevo più lacrime e pioggia, mi sembrava che l'acquazzone fosse la proiezione esterna della tempesta che avevo dentro. Piangevo io, il cielo, tutta Milano piangeva. E’ stato terribile, ma paradossalmente anche bello, capisci? Poi però la pioggia è diminuita e io mi sono sentita sola, terribilmente sola. Sono tornata a casa, ho cercato di dormire ma niente. Sono stanca morta ma tanto so che non chiuderò occhio finché non ne parlerò con te...